Appunti per un progetto di rinnovamento del Partito Democratico

Non avendo potuto partecipare alla assemblea degli iscritti e simpatizzanti del PD che si è tenuta in Abbiategrasso domenica 8 aprile, riporto nel seguito alcune, poche, considerazioni che mi sembra importante sottolineare. Il momento è troppo importante per tutti noi e vorrei indicare due punti qualificanti per la nostra politica ed un metodo che, a mio avviso, potrebbe rilanciarci nell’agone politico. Ho scelto solo due punti, tra i molti che potevo indicare, per non dilungarmi con indicazioni che già molti conoscono sicuramente bene e perché mi sembrano assolutamente identitari nella cultura del nostro partito. Essi, secondo me, indicano la base etica dalla quale dovremo, comunque, ripartire, mentre il metodo che suggerisco in seguito può, sempre secondo me, darci la possibilità di contrastare il populismo montante nel paese, cavalcandolo a nostro favore.

 

1.      “Un partito di riferimento dei deboli”

La conduzione del partito negli ultimi anni ha portato ad una mutazione sostanziale della classe sociale di riferimento. È infatti molto evidente che il partito non si volge più al sostegno di quello che una volta veniva definito “il proletariato” portando avanti i temi relativi alla sicurezza ed alla remunerazione del lavoro, temi che sono alla base della realizzazione di quell’ascensore sociale che dovrebbe essere consentito a tutti i cittadini, così come lo è stato nel trentennio seguito alla seconda guerra mondiale per coloro che oggi si trovano come “anziani” a costituire una parte sostanziale della popolazione. Se non si torna a sostenere i più deboli non si potrà regalare un futuro ai nostri giovani. È dunque necessario trovare un argomento di lotta che sia di sfondamento nell’azione di ricostruzione di quella “società in divenire” che ci è stata propria per tanti anni. Quali sono le situazioni che ci debbono far pensare di più? Possiamo facilmente indicarne alcune ben note a tutti. Pensiamo allo sfruttamento degli operai che vengono impiegati nella raccolta delle arance, dell’uva, delle olive, ed in genere dei prodotti agricoli. Sono dei poveracci sottopagati fino all’estremo dei 30-50 centesimi l’ora, che in una giornata di lavoro, magari di 12-14 ore, guadagnano meno di quanto guadagna in un’ora un operaio dell’industri automobilistica, e senza alcuna copertura assicurativa o sanitaria. Pensiamo anche alle operaie e operai dei drugstore che sono impiegati per 14 ore al giorno per raggiungere appena salari mensili di 600-650 euro. Pensiamo a tutti quei lavoratori che sono costretti a lavorare nei traffici delle varie cosche mafiose del paese, anch’essi sfruttati fino all’inverosimile per poter portare a casa un po’ di pane per i figli.

 

Un salario minimo garantito ed una maggiore disponibilità per il REI

Per tutti i lavoratori sfruttati, ma, direi anche, per restituire dignità a tutta l’Italia, il nostro partito dovrebbe impegnarsi in una lotta senza fine per il riconoscimento di un salario orario minimo garantito per legge. E non importa se aumenteranno i prezzi di alcuni prodotti, è la dignità del paese, di tutto il paese, che è in gioco su questo punto. Chi non capisce che questo è un punto essenziale nel quale il partito è chiamato a lottare, per me è meglio che non entri a far parte del PD, perché noi siamo altro da lui. Chi non capisce che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è quella schifezza di cui molti si sono fatti paladini per arricchirsi sulle spalle del prossimo, non può sederci accanto. Il mondo sembra andare, purtroppo, in quella direzione. Una quota sempre maggiore delle ricchezze mondiali risiede nelle tasche di un numero sempre minore di ricchi paperoni, che, per nascondersi, si organizzano in società, nascondersi dietro sigle finanziarie. Ma queste si possono combattere con leggi adeguate miranti alla redistribuzione delle ricchezze. Certo, la lotta è dura, ma val la pena di combatterla. E il primo assalto è per la conquista di una remunerazione minima decente per tutti i lavoratori. Ed il passo successivo è l’incremento dei fondi disponibili per il REI, il reddito di inclusione che ha già portato molto sollievo in una parte della cittadinanza più povera.

 

 

2.     “Un partito di cittadini con eguali diritti”

Molti dei nostri avversari politici pensano che possano essere trovati rimedi per fermare l’emigrazione economica che arriva dai paesi sottosviluppati dell’Africa e dell’Asia. Vengono fornite ad ogni piè sospinto soluzioni varie di pura fantasia perché irrealizzabili alla prova dei fatti. Molti cercano anche di darsi una scusa morale sostenendo che accogliere i profughi da zone di guerra è un dovere, ma non lo è altrettanto l’accogliere profughi provenienti da aree dove si muore di fame, e pertanto bisogna che questi ritornino ai loro paesi d’origine. Mi piacerebbe essere un mago in grado di riportare costoro indietro di una settantina d’anni e farli ritrovare su uno di quei bastimenti che salpavano dall’Italia per portare i nostri nonni affamati e laceri nelle Americhe o in Australia per potersi costruire un futuro. Sono stati milioni gli italiani emigrati per fame, e tutti hanno trovato accoglienza. Ora che tocca a noi, ci siamo dimenticati dei nonni? Non è possibile, in alcun modo, fermare, non solo in Italia ma nel mondo, una migrazione di poveri verso il miraggio di una vita migliore. Essi hanno una spinta che nessuno può fermare. Pensate a quelle madri che hanno messo centinaia di figli minorenni sui barconi che rischiavano di affondare, e spesso sono affondati, nel tentativo di arrivare in Italia attraverso il Mediterraneo. Pensate forse che si possa avere più disperazione, e nello stesso tempo più coraggio, di loro? Questo è un fenomeno che non può essere arrestato se non con l’accoglienza immediata e programmi a lungo termine di miglioramento delle condizioni di vita nei paesi d’origine, paesi nei quali poi, in diverse e nuove condizioni, anche molti di coloro che sono stati accolti nel nostro paese saranno ansiosi di rientrare.

 

Una cittadinanza comune nel rispetto delle diversità

Franare l’immigrazione è impossibile. È un fenomeno assolutamente inarrestabile e dl quale dobbiamo sentirci in primo luogo colpevoli perché esso è stato generato da decenni di occupazione territoriale dedicata solo allo sfruttamento delle risorse locali. Anche se gli italiani hanno partecipato solo in modo limitato (ma hanno partecipato) al banchetto dello sfruttamento dell’Africa, devono comunque ritenersi colpevoli per aver assistito silenziosi alle occupazioni territoriali scandalose di altri paesi europei. Ora possiamo fare qualcosa per rimediare. Possiamo accogliere queste persone che vanno cercando solo la dignità di un lavoro, integrandole nella nostra società, permettendo loro di offrire le loro capacità laddove c’è possibilità di lavoro, rispettando i loro diritti, che devono essere uguali ai nostri, ma chiarendo i loro doveri, perché a loro sia chiaro che diventando italiani sono loro che si debbono adattare alle nostre leggi ed usanze, e comprendere, ad esempio, che la religione nei paesi occidentali è un fatto privato, non una legge dello Stato che può spingere alla distruzione del prossimo. Le diversità vanno rispettate, ma le libertà finiscono dove si scontrano con le libertà degli altri. Tutto ciò non è difficile da realizzare, basta volerlo. E nel futuro, quando si saranno mescolate le varie identità con la frequenza comune nelle scuole del paese, ci sarà sicuramente un’Italia migliore.

 

Vediamo ora la modifica del metodo di funzionamento del partito che mi sembra possibile ed utile.

 

3.     “Un partito che ascolta la base”

Sono armai passati quasi 10 anni dalla costituzione del Partito Democratico. Ricordo l’iniziale emozione nel vedere le primarie frequentate da milioni di simpatizzanti, il fervore che si viveva nelle prime riunioni dei circoli, le assemblee degli iscritti in Abbiategrasso che andavamo a fare in Fiera per poter avere un locale che potesse contenere il numero delle persone che partecipavano.

Ricordo lo splendido discorso con il quale Veltroni fece partire una campagna elettorale da Spello. Se cerco nel computer sicuramente ancora lo ritrovo.

Però poi, pian piano, un lento cambiamento di arretramento verso una minor partecipazione ha preso il predominio e nei circoli è iniziata una fase calante. Oggi ci ritroviamo spesso al circolo, in sede di coordinamento, con solo la metà degli eletti. Nemmeno aprire le riunioni di coordinamento agli iscritti che volessero partecipare è servito a qualcosa.

Non credo che il problema sia nel partito, quanto piuttosto nella società di oggi.

È in atto una trasformazione dell’agire politico, direi meglio del blaterare politico, che sta dando spazio a populismi di ogni sorta, dagli estremismi destrorsi ai dilettanti senza arte né parte che aspirano al governo del paese, agli illustri ignoranti che disquisiscono di vaccini negando le evidenze della scienza.

La popolazione si crede più al sicuro nel seguire un movimento creato da un comico nel quale si ha solo l’apparenza della conduzione di governo affidata al “popolo”, quello vero, e non a quelli che chiamano “esperti della politica”. Salvo poi ad accorgersi che seguendo la sicumera di questi “maestri” si vede scomparire quella che è l’arte vera della politica, la ricerca di un compromesso tra le diverse esigenze e le disponibilità reali, quello che servirebbe in questi giorni di consultazioni per il governo.

Tuttavia, questa parvenza di partecipazione dona l’illusione di una politica fatta da e per il popolo e questo fatto diminuisce l’attrattiva della partecipazione ad una forza politica organizzata. Cala in modo particolare la partecipazione dei giovani, che hanno l’illusione di poter partecipare compiutamente solo mediante l’uso dei social. Oggi si assiste al fenomeno della rapida trasmissione, via Facebook o altri mezzi social, di notizie postate da sconosciuti ma accettate subito quali verità, con la conseguente creazione di correnti di massa a sostegno di convinzioni senza fondamento, nonché la diffusione di credenze assolutamente diverse dalla realtà. Il 21 marzo scorso è stata pubblicato un report della Ipsos Flair, l’istituto di ricerca del CNEL presieduto da Nando Pagnoncelli, dal titolo “Fake Campaign” dal quale si ricavano, ad esempio, le seguenti differenze tra la percezione diffusa nella popolazione e la realtà:

                        Percepiti         Reali

Immigrati            30%             7%

Disoccupati          48%             11%

Over 65                48%             21%

Musulmani          20%             3%

Siamo insomma nella “postverità” dove “ciascuno è padrone della sua verità e tutto viene messo in discussione”, perfino le statistiche, non più considerate, dice Ipsos, per il loro carattere scientifico ma come strumento in mano al potere. C’è più possibilità di informarsi ma meno discernimento. Viviamo con la paura del futuro nonostante la ripresa economica sia in atto.

Molti si sentono partecipi della costruzione sociale solo perché hanno la possibilità di scrivere su Facebook e diffondere le idee che loro vengono in testa al momento.

Questa situazione sta diventando molto critica, come mostrano i risultati delle elezioni del 4 marzo, e non può essere tollerata a lungo senza che essa porti ad un decadimento non solo della qualità delle comunicazioni interpersonali, ma della qualità stessa della politica e della sua funzione di sostegno alla crescita della nazione.

Nonostante il lungo elenco di buoni provvedimenti presi dal nostro ultimo governo, abbiamo preso una batosta alle elezioni. Perché? A mio avviso perché non ci siamo accorti del cambiamento della società, non ci siamo accorti che non era più sufficiente il buon agire per il bene pubblico, che alla gente non importava più un giudizio qualitativo dell’agire politico perché, a prescindere, rifiutava ogni soggetto politico che risultasse non supportato da legami stretti e diretti con la popolazione. Il movimento 5 stelle dava l’illusione della partecipazione diretta, la Lega colpiva diretta alla pancia dell’egoismo diffuso nel paese. Questa ondata di populismo si è diffusa in tutto il paese, con predominanza nelle regioni povere del Sud ed in quelle ricche del Nord, e ci ha tagliato fuori anche dai nostri legami più solidi. Non è vero che siamo diventati il partito dei ceti medi, ma è vero che, in generale, i ceti medi usano più la testa che la pancia.

L’unico modo per contrastare questa tendenza populista di approccio alla politica è quello di offrire ai cittadini una vera opportunità di partecipazione nella quale possano riconoscersi partecipi al processo di proposizione, attuazione e verifica delle decisioni prese dagli eletti nel parlamento, e, attraverso queste, partecipi del cambiamento del paese.

Altro motivo che spinge a cercare vie diverse di partecipazione e decisione è stato messo in luce dal comportamento dell’ultimo segretario del partito, Renzi, che interpreta una nuova figura di leader, come mai si era vista prima all’interno della sinistra italiana, un leader animato da una volontà di “possedere” il partito come si era visto solo a destra con la figura di Berlusconi. Renzi aveva dato molta speranza al partito quando, all’inizio, aveva mostrato doti di premiership e di conduttore vincente della campagna per le elezioni europee. Ma poi ha rappresentato per molti, se non per tutti, quasi un ostacolo allo sviluppo della necessaria dialettica all’interno di una qualsiasi forza politica, ostentando la sua arroganza servita su un piatto di veemente verve tipica della sua terra toscana. Questo ha creato spaccature interne al partito, fuoruscita di diversi personaggi di riferimento ed una cocente delusione alle recenti elezioni, nelle quali siamo caduti molto più in basso di quanto potevamo prevedere ragionando sull’ondata di populismo che stava attraversando il paese. Bisogna ragionare allora su nuovi sistemi di partecipazione politica che possano far fronte ad entrambi i problemi sopra illustrati.

 

I circoli come punto di suggerimento delle azioni politiche

Per la realizzazione di questo cambiamento i circoli PD, e le loro assemblee degli iscritti, sono l’elemento essenziale per lo sviluppo delle idee da trasmettere e vagliare all’interno del sistema. I circoli non dovrebbero limitarsi, come spesso avviene, al controllo ed alla discussione delle attività amministrative locali, ma indire periodicamente delle sessioni di studio, dei workshop dedicati alla individuazione dei problemi esistenti nella società, problemi dei quali il partito dovrebbe farsi carico, ed alla preparazione di documenti di indirizzo da diffondere a tutti i circoli presenti nella propria area regionale per verificare con loro la validità dell’idea.

Le direzioni regionali dovrebbero poi organizzarsi per costituire il necessario filtro di primo livello prima dell’espansione su tutto il territorio nazionale delle proposte. Con la parola filtro intendo quei completamenti e commenti provenienti dalle persone che in direzione regionale posseggono maggiori conoscenze (su costi, conseguenze politiche, coinvolgimenti futuri ecc.) per un esame più completo delle proposte presentate dai circoli; con “filtro” non intendo certo la pura potestà di accogliere o meno le indicazioni della base secondo gli umori di qualche burocrate.

Una delle direzioni regionali, possibilmente quella lombarda, indicata qui solo per le sue dimensioni e per la nota vitalità dei suoi organismi, dovrebbe poi assumersi l’onere di sollecitare il ritorno dei giudizi dalle altre regioni, valutare se le proposte raggiungono la maggioranza nel paese e trasmettere i risultati alla direzione nazionale del partito, che, a sua volta, viene impegnata a trasmettere ai parlamentari la volontà popolare che ha raggiunto il vertice.

Con la disponibilità attuale del mezzo informatico, questo processo dovrebbe concludersi in non più di due mesi.

Una necessaria variazione allo Statuto obbligherebbe poi la direzione nazionale e tutti i parlamentari ad osservare quanto è giunto alla direzione nazionale dopo tutti i vagli incontrati nel cammino dai circoli a Roma.

Qualunque sia la modalità organizzativa pratica prescelta, anche per venire incontro alle disponibilità delle direzioni regionali e metropolitane, il risultato sarebbe quello di portare in direzione nazionale delle proposte con un altissimo numero di adesioni, tali da influenzare, o meglio indirizzare, le decisioni a livello politico.

Questa organizzazione consentirebbe di mostrare al paese che il nostro partito non è una scatola chiusa, ma è aperto alla partecipazione diretta dei cittadini nella definizione delle scelte a livello nazionale; dunque un partito nel quale ognuno può trovare la via per poter influire, con proprie argomentazioni sottoposte al giudizio degli altri, sulla guida del paese.

Con il vantaggio che questa partecipazione popolare avverrebbe con modalità trasparenti e con numeri di gran lunga maggiori della partecipazione assistita dalla Casaleggio e associati. La popolazione dovrebbe, secondo me, avere il sentore di partecipare veramente alla costruzione del proprio futuro attraverso l’organizzazione di un vero partito politico, capace di accogliere e far sue le proposte di buon senso che provengono dai singoli iscritti nei circoli. Lo stesso partito ne trarrebbe vantaggio con un prevedibile aumento dei tesserati e delle presenze alle riunioni indette dai circoli.

10/04/2018   Vittorio Sacchi

7A - Per non dimenticare

Per non dimenticare

Mi incuriosisce sempre vedere come La destra di Berlusconi e quella della Lega negli ultimi vent’anni siano sempre riuscite a mettersi d’accordo. Eppure, proprio vent’anni fa, esattamente l’8 luglio del 1998, il giornalista Max Parisi che scriveva per La Padania, il quotidiano leghista del quale in seguito diventerà anche direttore, lanciò un attacco fortissimo all’imprenditore lombardo, sfidandolo a rispondere ad una serie di domande, ben articolate e circostanziate, per fugare tutti i possibili sospetti di collusione con la Mafia. Berlusconi non rispose mai e solo pochi anni dopo, quando intervenne per salvare la Lega dal fallimento economico, dal web scomparvero anche tutti gli archivi di quel giornale. Ma qualcuno aveva già salvato da qualche altra parte il contenuto più interessante di quel numero del giornale leghista.

Contenuto che potrete leggere nel seguito

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La Padania

08/07/1998

Berlusconi mafioso?

11 domande al Cavaliere per negarlo

 

Dai miliardi per comprare il terreno della futura Milano2, alle società siciliane con parenti di Buscetta: al Signore di Arcore la parola. Spieghi, e sia chiaro

 

di max parisi

 

 

Basta. Basta con questa indicibile manfrina messa in piedi dai mezzi di comunicazione di massa sulle vicende giudiziarie - specialmente quelle palermitane - di Silvio Berlusconi. È arrivata l'ora delle certezze definitive. Di seguito presento al signor Berlusconi una serie di domande invitandolo pubblicamente a rispondere nel merito con cristallina chiarezza affinché una volta per tutte sia lui in prima persona a dimostrare - se ne è capace - che con Cosa Nostra non ha e non ha mai avuto nulla a che fare. A scanso di equivoci e strumentalizzazioni, già da ora - signor Berlusconi -  le annuncio che nessuna delle notizie sul suo conto che leggerà in questo articolo è frutto di "pentimenti", e nessuna delle domande che le sto per porre si basa o prende spunto anche fosse in modo marginale dalle parole dei cosiddetti "pentiti". Tutto al contrario, esse si basano su personali indagini e su documenti amministrativi che in ogni momento - se lo riterrà - potrò inviarle perché si sinceri della loro autenticità. Detto questo, prego, legga, e mi sappia poi dire. Partiamo da lontano, perché lontano inizia la sua storia imprenditoriale, signor Berlusconi.

 

Primo quesito: lei certamente ricorda che il 26 settembre 1968 la sua società - l'Edilnord Sas - acquistò dal conte Bonzi l'intera area dove di lì a breve lei costruirà il quartiere di Milano2. Lei pagò l'area circa 4.250 lire al metro quadrato, per un totale di oltre 3 miliardi. Questa somma, nel 1968 quando lei aveva appena 32 anni e nessun patrimonio familiare alle spalle, è di enorme portata. Oggi, tabelle Istat alla mano, equivarrebbe a 38 miliardi, 739 milioni e spiccioli. Dopo l'acquisto - intendo dire nei mesi successivi - lei aprì un gigantesco cantiere edilizio, il cui costo arriverà a sfiorare 500 milioni al giorno, che in circa 4-5 anni porterà all'edificazione di Milano2 così come è oggi. Ecco la prima domanda: signor Berlusconi, a lei, quando aveva 32 anni, gli oltre 30 miliardi per comprare l'area, chi li diede? Inoltre: che garanzie offrì e a chi per ricevere tale ingentissimo credito? In ultimo: il denaro per avviare e portare a conclusione il supercantiere, chi glielo fornì? Vede, se lei non chiarisce questi punti, si è autorizzati a credere che le due misteriose finanziarie svizzere amministrate dall'avvocato di Lugano Renzo Rezzonico "sue finanziatrici", così come altre finanziarie elvetiche che entreranno in scena al suo fianco e che tra poco incontreremo, sono paraventi dietro i quali si sono nascosti soggetti tutt'altro che raccomandabili. Sì, perché - mi creda signor Berlusconi - nel 1998, oggi, se lei chiarisse una volta per tutte, con nomi e cognomi, chi le prestò tale gigantesca fortuna facendo con questo crollare ogni genere di sospetto e insinuazione sul suo conto, nessuno e dico nessuno si alzerebbe per criticarla sostenendo che lei operò con capitali sfuggiti, per esempio, al fisco italiano e riparati in Svizzera, poi rientrati in Italia grazie alla sua attività imprenditoriale. Sarei il primo ad applaudirla, signor Berlusconi, se la realtà fosse questa. Se invece di denaro frutto di attività illecite, si trattò di risparmi onestamente guadagnati e quindi sottratti dai rispettivi proprietari al fisco assassino italiota che grazie a lei ridiventarono investimenti, lei sarebbe da osannare. Parli, signor Berlusconi, faccia i nomi e il castello di accuse di riciclaggio cadrà di schianto.  

 

Secondo quesito: il 22 maggio 1974 - certamente lo ricorda, signor Berlusconi - la sua società "Edilnord Centri Residenziali Sas" compì un aumento di capitale che così arrivò a 600 milioni (4,8 miliardi di oggi, fonte Istat). Il 22 luglio 1975 la medesima società eseguì un altro aumento di capitale passando dai suddetti 600 milioni a 2 miliardi (14 miliardi di oggi, fonte Istat). Anche in questo caso, vorrei sapere da dove e da chi sono arrivati queste forti somme di denaro in contanti.

 

Terzo quesito: il 2 febbraio 1973 lei fondò un'altra società, la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola impresa diventò una Spa con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi e lei farà in modo di emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Signor Berlusconi, anche in questo caso le chiedo: il denaro in contanti per queste forti operazioni finanziarie, chi glielo diede? Fuori i nomi.    

 

Quarto quesito: lei non può essersi scordato che il 15 settembre 1977 la sua società Edilnord cedette alla neo-costituita "Milano2 Spa" tutto il costruito del nuovo quartiere residenziale nel Comune di Segrate battezzato "Milano2" più alcune aree ancora da edificare di quell'immenso terreno che lei comperò nel '68 per l'equivalente di più di 32 miliardi in contanti. Tuttavia quel 15 settembre di tanti anni fa, accadde un altro fatto: lei, signor Berlusconi, decise il contemporaneo cambiamento di nome della società acquirente. Infatti l'impresa Milano2 Spa iniziò a chiamarsi così proprio da quella data. Il giorno della sua fondazione a Roma, il 16 settembre 1974, la futura Milano2 Spa - come lei senza dubbio rammenta - viceversa rispondeva al nome di Immobiliare San Martino Spa, "forte" di un capitale di lire 1 (un) milione, il cui amministratore era Marcello Dell'Utri. Lo stesso Dell'Utri che lei, signor Berlusconi, sostiene fosse a quell'epoca un >. Sempre il 15 settembre 1977, quel milione venne portato a 500 e la sede trasferita da Roma a Segrate. Il 19 luglio 1978, i 500 milioni diventeranno 2 miliardi di capitale sociale. Ecco, anche in questo caso, vorrei sapere dove ha preso e chi le ha fornito tanto denaro contante e in base a quali garanzie.                  

 

Quinto quesito: signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest, certamente ricorda che nacque in due tappe. Partiamo dalla seconda: l'8 giugno 1978 lei fondò a Roma la "Finanziaria d'Investimento Srl" - in sigla Fininvest - dotandola di un capitale di 20 milioni e di un amministratore che rispondeva al nome di Umberto Previti, padre del noto Cesare di questi tempi grami (per lui). Il 30 giugno 1978 il capitale sociale di questa sua creatura venne portato a 50 milioni, il 7 dicembre 1978 a 18 miliardi, che al valore d'oggi sarebbero 81 miliardi, 167 milioni e 400 mila lire. In 6 mesi, quindi, lei passò dall'avere avuto in tasca 20 milioni per fondare la Fininvest Srl a Roma, a 18 miliardi. Fra l'altro, come lei certamente ricorda, la società in questo periodo non possedeva alcun dipendente. Nel luglio del 1979 la Fininvest Srl, con tutti quei soldi in cassa, venne trasferita a Milano. Poco prima, il 26 gennaio 1979 era stata "fusa" con un'altra sua società dall'identico nome, signor Berlusconi: la Fininvest Spa di Milano. Questa società fu la prima delle due tappe fondamentali di cui dicevo poc'anzi alla base dell'edificazione del suo impero, e in realtà di milanese aveva ben poco, come lei ben sa. Infatti la Fininvest Spa venne anch'essa fondata a Roma il 21 marzo del 1975 come Srl, l'11 novembre dello stesso anno trasformata in Spa con 2 miliardi di capitale, e quindi trasferita nel capoluogo lombardo. Tutte operazioni, queste, che pensò, decise e attuò proprio lei, signor Berlusconi. Dopo la fusione, ricorda?, il capitale sociale verrà ulteriormente aumentato a 52 miliardi (al valore dell'epoca, equivalenti a più di 166 miliardi di oggi, fonte Istat). Bene, fermiamoci qui.  Signor Berlusconi, i 17 miliardi e 980 milioni di differenza della Fininvest Srl di Roma (anno 1978) chi glieli fornì? Vorrei conoscere nomi e cognomi di questi suoi munifici amici e anche il contenuto delle garanzie che lei, signor Berlusconi, offrì loro. Lo stesso dicasi per l'aumento, di poco successivo, a 52 miliardi. Naturalmente le chiedo anche notizie sull'origine dei fondi, altri 2 miliardi, della "gemella" Fininvest Spa di Milano che lei fondò nel 1975, anno pessimo per ciò che attiene al credito bancario e ancor peggio per i fondamentali dell'economia del Paese.     

                                                                                                                                                                                           

Sesto quesito: lei, signor Berlusconi, almeno una volta in passato tentò di chiarire il motivo dell'esistenza delle 22 (ma c'è chi scrive, come Giovanni Ruggeri, autore di "Berlusconi, gli affari del Presidente" siano molte di più, addirittura 38) "Holding Italiane" che detengono tuttora il capitale della Fininvest, esattamente l'elenco che inizia con Holding Italiana Prima e termina con Holding Italiana Ventiduesima. Lei sostenne che la ragione di tale castello societario sta nell'aver inventato un meccanismo per pagare meno tasse allo Stato. Così pure, signor Berlusconi, lei ha dichiarato che l'inventore del marchingegno finanziario, che ripeto detiene - sono sue parole - l'intero capitale del Gruppo, fu Umberto Previti e l'unico scopo per il quale l'inventò consisteva - e consiste tutt'oggi - nell'aver abbattuto di una considerevole percentuale le tasse, ovvero il bottino del rapinoso fisco italiota ai suoi danni, con un meccanismo assolutamente legale. Queste, mi corregga se sbaglio, furono le ragioni che addusse a suo tempo, signor Berlusconi, per spiegare il motivo per cui il capitale della Fininvest è suddiviso così. È una motivazione, però, che a molti appare quanto meno curiosa, se raffrontata - ad esempio - con l'assetto patrimoniale di un altro big dell'imprenditoria nazionale, Giovanni Agnelli, che viceversa ha optato da molti anni per una trasparentissima società in accomandita per detenere e definire i propri beni e quote del Gruppo Fiat. In sostanza lei, signor Berlusconi, più volte ha ribadito che "dietro" le 22 Holding c'è soltanto la sua persona e la sua famiglia. Non avrò mai più motivo di dubitare di questa sua affermazione quando lei spiegherà con assoluta chiarezza le ragioni di una sua scelta a dir poco stupefacente. Questa: c'è un indirizzo - a Milano - che lei, signor Berlusconi conosce molto bene. Si tratta di via Sant'Orsola 3, pieno centro cittadino. A questo indirizzo nel 1978 nacque una società fiduciaria - ovvero dedita alla gestione di patrimoni altrui - denominata Par.Ma.Fid. A fondarla furono due commercialisti, Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini. Detto questo, certo rammenta, signor Berlusconi, che importanti quote di diverse delle suddette 22 Holding verranno da lei intestate proprio alla Par.Ma.Fid. Esattamente il 10 % della Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima, più il 49% della Holding Italiana Prima, la quale - in un perfetto gioco di scatole cinesi - a sua volta detiene il 100% del capitale della Holding Italiana Sesta e Settima e il 51% della Holding Italiana Ventiduesima. Vede, signor Berlusconi, dovrebbe chiarirmi per conto di chi la Par.Ma.Fid. gestirà questa grande fetta del Gruppo Fininvest e perché lei decise di affidare proprio a questa società tale immensa fortuna. Infatti lei - che è un attento lettore di giornali e ha a sua disposizione un ferratissimo nonché informatissimo staff di legali civilisti e penalisti - non può  non sapere che la Par.Ma.Fid. è la  medesima società fiduciaria che ha gestito - esattamente nello stesso periodo - tutti i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bono, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Carmelo Gaeta e altri boss - di area corleonese e non - operanti a Milano nel traffico di stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona. Quindi, signor Berlusconi, a chi finivano gli utili della Fininvest relativi alle quote delle Holding in mano alla Par.Ma.Fid.? Per conto di chi la Par.Ma.Fid. incassava i dividendi e gestiva le quote in suo possesso? Chi erano - mi passi il termine - i suoi "soci", signor Berlusconi, nascosti dietro lo schermo anonimo della fiduciaria di via Sant'Orsola civico 3? Capisce che in assenza di una sua precisa quanto chiarificatrice risposta che faccia apparire il volto - o i volti - di coloro che per anni incasseranno fior di quattrini grazie alla Par.Ma.Fid., ovvero alle quote della Fininvest detenute dalla Par.Ma.Fid. non si sa per conto di chi, sono autorizzato a pensare che costoro non fossero estranei all'altro "giro" di clienti contemporaneamente gestiti da questa fiduciaria, clienti i cui nomi rimandano direttamente ai vertici di Cosa Nostra.

 

Settimo quesito: è universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore è "nato col mattone" per poi approdare alla televisione. Proprio sull'edificazione del network tivù è incentrato questo punto. Lei, signor Berlusconi, certamente ricorda che sul finire del 1979 diede incarico ad Adriano Galliani di girare l'Italia ad acquistare frequenze tivù. Lo scopo - del tutto evidente - fu quello di costituire una rete di emittenti sotto il suo controllo, signor Berlusconi, in modo da poter trasmettere programmi, ma soprattutto pubblicità, che così sarebbe stata "nazionale" e non più locale. La differenza dal punto di vista dei fatturati pubblicitari, ovviamente, era enorme. Fu un piano perfetto. Se non che, Adriano Galliani invece di buttarsi a capofitto nell'acquisto di emittenti al Nord, iniziò dal Sud e precisamente dalla Sicilia, dove entrò in società con i fratelli Inzaranto di Misilmeri (frazione di Palermo) nella loro Retesicilia Srl, che dal 13 novembre 1980 vedrà nel proprio consiglio di amministrazione Galliani in persona a fianco di Antonio Inzaranto. Ora lei, signor Berlusconi, da imprenditore avveduto qual è, non può non avere preso informazioni all'epoca sui suoi nuovi soci palermitani, personaggi molto noti da quelle parti per ben altre questioni, oltre la tivù. Infatti Giuseppe Inzaranto, fratello di Antonio nonché suo partner, è marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta. No, sia chiaro, non mi riferisco al "pentito Buscetta" del 1984, ma al super boss che nel '79 è ancora braccio destro di Pippo Calò e amico intimo di Stefano Bontade, il capo dei capi della mafia siciliana. Quindi, signor Berlusconi, perché entrò in affari - tramite Adriano Galliani - con gente di questa risma? C'è da notare, oltre tutto, che i fratelli Inzaranto sono di Misilmeri. Le dice niente, signor Berlusconi, questo nome? Guardi che glielo sto chiedendo con grande serietà. Infatti proprio di Misilmeri sono originari i soci siciliani della nobile famiglia Rasini che assieme alla famiglia Azzaretto - nativa di Misilmeri, appunto – fondò nel 1955 la banca di Piazza Mercanti, la Banca Rasini. Giuseppe Azzaretto e suo figlio, Dario Azzaretto, sono persone delle quali lei, signor Berlusconi, con ogni probabilità sentiva parlare addirittura in casa da suo padre. Gli Azzaretto erano - con i Rasini - i diretti superiori di suo padre Luigi, signor Berlusconi. Gli Azzaretto di Misilmeri davano ordini a suo padre, signor Berlusconi, che per molti anni fu loro procuratore, il primo procuratore della Banca Rasini. Certo non le vengo a chiedere con quali capitali - e di chi - Giuseppe Azzaretto riuscì ad affiancarsi nel 1955 ai potenti Rasini di Milano, tenuto conto che Misilmeri è tutt'oggi una tragica periferia della peggiore Palermo, però che a lei Misilmeri possa risultare del tutto sconosciuta, mi appare inverosimile. Ora le ripeto la domanda: si informò sulla "serietà'" e la "moralità'" dei nuovi soci - il clan Inzaranto - quando tra il 1979 e l'80 diverranno parte fondamentale della sua rete tivù nazionale?

 

Ottavo quesito: certo a lei, signor Berlusconi, il nome della società Immobiliare Romana Paltano non può risultare sconosciuto. È impossibile non ricordi che nel 1974 la suddetta, 12 milioni di capitale, finì sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell'Utri, perché proprio sui terreni di questa società lei darà corso all'iniziativa edilizia denominata Milano3. Così pure ricorderà che nel 1976 l'esiguo capitale di 12 milioni aumenterà a 500, e che il 12 maggio del 1977 salirà ulteriormente a 1 (un) miliardo, e che cambierà anche la sua denominazione in Cantieri Riuniti Milanesi Spa. Come al solito, vengo subito al dunque: anche in questo ennesimo caso, chi le fornì, signor Berlusconi, questi forti capitali per aumentare la portata finanziaria di quella che era una modestissima impresa del valore di soli 12 milioni quando la acquistò?

 

Nono quesito: lei, signor Berlusconi, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondò l'Immobiliare Idra col capitale di 1 (un) milione. Questa società, che oggi possiede beni immobili pregiatissimi in Sardegna, l'anno successivo - era il 1978 – aumentò il proprio capitale a 900 milioni. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni (4 miliardi e 45 milioni d'oggi, fonte Istat) che fecero la differenza?

 

Decimo quesito: signor Berlusconi, in più occasioni lei ha usato per mettere in porto affari di vario genere - l'acquisto dell'attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio - la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come nel precedente riferito alla Par.Ma.Fid., lei ha scelto una società fiduciaria - questa volta domiciliata in Svizzera - al cui riguardo le cronache giudiziarie si erano largamente espresse. Tenuto conto della potenza dello staff informativo che la circonda, signor Berlusconi, mi appare del tutto inverosimile che lei non abbia saputo, circa la Fimo di Chiasso, che è stata per lungo tempo il canale privilegiato di riciclaggio usato da Giuseppe Lottusi, arrestato il 15 novembre del 1991 mentre "esportava" forti capitali della temibile cosca palermitana dei Madonia. Così pure non le sarà sfuggito che Lottusi venne condannato a 20 anni di reclusione per quei reati. Tuttora è in carcere a scontare la pena. Ebbene, signor Berlusconi, se quel gangster finì in galera il 15 novembre del '91, nella primavera del 1992 – cioè pochi mesi dopo quel fatto che campeggiò con dovizia di particolari, anche circa la Fimo, sulle prime pagine di tutti i giornali - il suo Milan "pagò" una forte somma "in nero" - estero su estero - per la cessione di Gianluigi Lentini, e usò per la transazione proprio la screditatissima Fimo, fiduciaria di narcotrafficanti internazionali. Perché, signor Berlusconi? Ecco, queste sono le domande. Risponda, signor Berlusconi. Presto. Come ha visto, di "pentiti" veri o presunti non c'è traccia negli 11 quesiti. Semmai c'è il profumo di centinaia di miliardi che tra il 1968 e il 1979 finirono nelle sue mani, signor Berlusconi. E tuttora non si sa da dove arrivarono. Poiché c'è chi l'accusa che quell'oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verità. Punto per punto, nome per nome. È un'occasione d'oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d'ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo.   

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Come si vede gli 11 quesiti risultano poi essere solo 10, non so se per ragioni di aritmetica leghista o perché Max Parisi ne aveva in mente un altro che poi gli restò solo in testa. Ma bastano questi 10 per capire che non potevano essere solo il frutto di una fantasia del giornalista, ma erano il frutto di accurate ricerche da lui effettuate (si dice infatti disposto a fornire le prove di tutto quello che afferma), domande che aspettavano solo una risposta per fugare ogni possibile dubbio in chi scriveva ed in chi leggeva. Certo la Lega di Bossi era diversa da quella di Salvini, ma ripensando a quel numero della Padania si fa proprio fatica a credere all’attuale alleanza elettorale

 

21 gennaio 2018 Vittorio Sacchi

6A-Un atto di ordinaria disumanità

Quello che è successo a Como, e che può essere seguito nei particolari su tutti i giornali, mi risulta odioso in modo particolare per l’assoluta mancanza di autocritica da parte del sindaco che ne è stato il fautore. Possibile che non si sia reso conto che la sua ordinanza sarebbe risultata odiosa per la maggior parte dei suoi cittadini, così come per la maggior parte degli italiani? Purtroppo è possibile. Purtroppo un elevato grado di disumanità, così spesso espresso tanto da diventare ordinario sembra essere molto diffuso nel nostro paese. Basta pensare a molti dei concetti quotidianamente espressi da Salvini, quell’egoismo furente capace solo di respingere chi ha più bisogno del sostegno di tutti, come quei poveri africani, e non solo loro, che vedono sugli schermi che esiste un mondo diverso dal loro quotidiano, un mondo che appare come una favola rispetto alla loro povertà, un mondo che vorrebbero raggiungere anche a costo di rischiare la vita. E quelle vite che nel mare o sui monti si dissolvono dovremmo sentirle tutte pesare sul nostro capo: siamo stati noi a concepire la globalizzazione senza prevedere un adeguato piano di supporto per coloro che con la globalizzazione avrebbero scoperto un altro mondo da sognare. Non sono migranti giustificati solo quelli che provengono dai territori in guerra. La globalizzazione è stata più feroce di una bomba atomica. Ha rapidamente suddiviso il mondo in chi ha e chi non ha. E molti di quelli che hanno vorrebbero oggi mettere sotto il tappeto quelli che non hanno, nasconderli, perché, come dice il sindaco di Como, c’è bisogno di decoro. Il fatto stesso che abbia solo definito un tempo limitato per la sua ordinanza dimostra che non ha proprio un chiaro concetto di cosa sia o non sia il decoro della città. Mio caro sindaco, non sarebbe più decoroso per Como se, a cominciare da lei, i suoi cittadini invitassero a casa propria almeno un clochard per le prossime feste? Meno male che la Caritas ambrosiana ed alcuni comaschi si stanno organizzando comunque per dare un po’ di sollievo a questi bisognosi, magari sfidando i suoi vigili urbani che hanno l’ordine di multare chi aiuta i poveri.

Per fortuna è anche pervenuta la notizia che un gruppo di comaschi, non so quanto decorosi agli occhi del sindaco, gli hanno scritto: “Egregio Sindaco, le scriviamo, in quanto cittadini di Como, a seguito dell'ordinanza che ha emesso, la quale, non solo colpisce le fasce più deboli della cittadinanza - le persone senza fissa dimora - ma ancor peggio, la solidarietà dei cittadini che, facendosi carico delle Vostre omissioni, cerca di sostenere chi è più vulnerabile. Riteniamo la sua ordinanza una ferita ai principi di sussidiarietà e solidarietà costituzionalmente garantiti e pertanto, abbiamo deciso di avanzare Ricorso al Presidente della Repubblica per chiedere l'annullamento di questa si, indecorosa, ordinanza. Perché Egregio Sindaco di Como, la solidarietà non si multa!” e Sinistra Italiana di Como ha iniziato a raccogliere le firme, mentre l'avvocata Cathy La Torre, responsabile nazionale per i diritti civili e sociali, si è offerta di patrocinare gratuitamente i cittadini comaschi che intendono aderire al ricorso.

Sono sicuro che anche gli amici dei circoli PD del comasco daranno una mano.

 

21/12/2017   Vittorio Sacchi

9 dicembre 2017 - Manifestazione a Como di protesta per i soprusi compiuti                                                         da simpatizzanti fascisti

5A – La Francia insegna come fare il sostegno alle famiglie

La Divisione Popolazione delle Nazioni Unite aveva indicato (per il periodo 2005-2010, ultimo dato noto) come tasso medio di natalità mondiale 20,3 nascite ogni 1000 abitanti. Nelle indicazioni relative alle singole nazioni le prime 36 posizioni (dai 49,6 della Repubblica Democratica del Congo ai 34,5 del Camerun) sono tutte occupate da nazioni africane, fatta eccezione per Afghanistan, Timor Est, Yemen e Palestina che riescono ad infilarsi in queste posizioni. Per incontrare la Francia bisogna scendere al 151° posto che le assegna il valore di 12,2 neonati per ogni 1000 abitanti. L’Italia si trova invece al 183° posto con un tasso di natalità pari a 9,2. Considerato che l’Italia aveva, al 21 ottobre 2016 (dati ISTAT), 62.905.976 abitanti (con una densità di 201,32 abitanti per chilometro quadrato, più alta della media europea), questa differenza di 3 punti nel tasso di natalità corrisponderebbe a 188.718 neonati in meno nel nostro paese. E poiché l’età media nazionale va sempre aumentando, verranno sempre di più a mancare le generazioni giovani in grado di apportare sostegno al pagamento delle pensioni (che già sono per la maggior parte a carico della fiscalità nazionale e del debito pubblico, come risulta dall’ultimo rapporto del Presidente dell’INPS). Perché ho scelto di fare il confronto tra Italia e Francia? Semplicissimo: la Francia ha un sistema di sostegno alle famiglie che noi non possiamo nemmeno sognare. Sono talmente tante le modalità e le occasioni per ottenere i sostegni familiari (leggermente diversi per gli addetti all’agricoltura) che mi dovrei dilungare troppo per elencarli tutti. Per questo nel seguito trovate i collegamenti alle specifiche pagine del sito ufficiale dell’amministrazione francese (www.service-public.fr). Per ogni voce specifica degli elenchi puntati basta fare CTR + clic per aprire il collegamento su una nuova pagina del vostro browser. Andate a vedere. Non ci resta che piangere perché a fronte del trattamento francese riservato alla natalità, il nostro intervento, finalmente deciso per merito del PD, e riportato più in basso, risulta molto, ma molto più limitato. Mi dispiace solo che chi non conosce il francese dovrà farsi aiutare di chi lo conosce, ma quando avrete visto la vastità del problema mi perdonerete per non aver postato l’intera traduzione.  

Allocations destinées aux familles

Allocations versées à partir du 1er enfant

Allocations versées à partir du 2e enfant

Enfant gardé par un tiers

Enfant gardé par un parent

Allocation de soutien familial (ASF)

 

 Cosa si è fatto in Italia per sostenere la natalità?

 

La Legge di Bilancio 2017 conteneva numerose misure a favore della famiglia e per il sostegno della natalità. Le principali misure introdotte sono le seguenti

Fondo di sostegno alla natalità 

È stato istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, un “Fondo di sostegno alla natalità”, volto a favorire l’accesso al credito delle famiglie con uno o più figli, nati o adottati, a decorrere dal 1° gennaio 2017, mediante il rilascio di garanzie dirette, anche fideiussorie, alle banche e agli intermediari finanziari. Il Fondo ha una dotazione di 14 milioni di euro per il 2017, 24 milioni per il 2018, 23 milioni per il 2019, 13 milioni per il 2020 e 6 milioni a partire dal 2021.

Premio alla nascita o alla adozione di un minore

 A decorrere dal 1° gennaio 2017 una futura madre può, al compimento del settimo mese di gravidanza o all’atto dell’adozione, chiedere all’Inps un “premio” di 800 euro, che verrà corrisposto in un’unica soluzione.

Un buono per l’iscrizione all’asilo nido 

A partire dal 2017, è possibile beneficiare di un buono per l’iscrizione in asili nido pubblici o privati, o per l’introduzione di forme di supporto presso la propria abitazione in favore dei bambini al di sotto dei tre anni affetti da gravi patologie croniche. Il buono ammonta a 1.000 euro annui (circa 90 euro al mese) per i nuovi nati dal 2016, previa presentazione di idonea documentazione attestante l’iscrizione e il pagamento della retta a strutture pubbliche o private.

Paternità, congedi obbligatori per padri lavoratori 

Il congedo obbligatorio per il padre lavoratore dipendente, da fruire entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, previsto in via sperimentale già dal 2013, è stato prorogato anche per gli anni 2017 e 2018. La durata del congedo è aumentata a due giorni per l'anno 2017 e a quattro giorni per l'anno 2018, che possono essere goduti anche in via non continuativa.  Per l'anno 2018 il padre lavoratore dipendente può astenersi per un periodo ulteriore di un giorno previo accordo con la madre e in sua sostituzione in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest'ultima. 

Rifinanziati i voucher asili nido o baby sitting 

Prorogata per il 2017 e il 2018 la possibilità, per una madre lavoratrice anche autonoma, di richiedere un contributo economico, il cosiddetto voucher asili nido o baby sitting, ovvero un contributo di importo massimo di 600 euro mensili per fare fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati. I voucher potranno essere utilizzati nei mesi successivi al congedo obbligatorio, per un massimo di sei mesi.

Adozioni internazionali 

Al fine di assicurare il sostegno alle famiglie che hanno concluso le procedure di adozione internazionale, è stato incrementato di 5 milioni di euro il Fondo 2017 per le adozioni internazionali.

02/12/2017 Vittorio Sacchi

4A - L’incantatore di serpenti

La fantasia di Berlusconi si esalta in ogni campagna elettorale, con nuove trovate ad effetto. Quelle che gli riescono finiscono quasi sempre a danno degli italiani. Vi ricordate quella famosa di voler togliere l’ICI perché “è la tassa più odiata dagli italiani”? Il risultato è stata la nascita dell’IMU con valori più alti dell’ICI perché nel frattempo si erano accumulati debiti, e, soprattutto, la perdita di quell’introito da parte delle amministrazioni comunali, introito sul quale per buona parte contavano per gli investimenti locali. Quelle che non gli riescono, come le altre numerose dichiarazioni sul taglio delle tasse, finiscono per essere commentate con un “non me l’hanno lasciato fare” anche quando gode di maggioranze stratosferiche. Un fatto però è certo: lo staff di consulenza per la comunicazione di cui gode il malandrino è uno staff di prima grandezza (del resto se lo può permettere) ed ha sempre azzeccato il target cui rivolgersi per prendere voti, target che comunque è sempre rimasto lo stesso: l’area dei pensionati, area che costituisce la platea più numerosa della popolazione che non si astiene dal voto.  Anche sull’appeal da tenere in televisione i consulenti hanno indicato modalità ben precise. Non avete notato, ad esempio, che da alcuni anni il tipo non si presenta in televisione senza brandire un foglio di carta, delle dimensioni standard dei fogli protocollo, nella mano destra?  Ci sono anche frasi intere che, confrontando i vari discorsi in pubblico, si possono riconoscere come mantra ripetuti ad oltranza. L’ultima provocazione è di qualche giorno fa, quando ha sbandierato la promessa che, se vince la destra alle prossime elezioni, alzerà il valore delle pensioni minime a 1000 euro al mese. Anche questa volta gioca la carta dei pensionati. Ma vediamo quanto potrebbe costare allo stato. Provo a far i conti su numeri certi a disposizione: da uno studio dell’INPS pubblicato nell’ottobre 2016 ed effettuato sulle pensioni erogate nel 2015 risulta che 2,03 milioni di pensionati potevano contare su meno di 500 euro al mese e 3,36 milioni percepivano tra i 500 e i 1000 euro al mese. Non avendo a disposizione numeri più dettagliati, facciamo allora questa ipotesi: la media della pensione percepita dai primi 2,03 milioni sia di 475 euro/mese (la pensione sociale del 2017 è di 448,07 euro mese) mentre per i secondi 3,36 milioni la media risulti di 750 euro/mese.

Quindi per soddisfare la promessa del malandrino occorrerebbero

                     [2.030.000 x (1.000-475)] + [3.360.000 x (1.000-750)] euro/mese

Cioè, fatti i conti, occorrerebbero 1.905.750.000 euro/mese. Poiché anche le pensioni sono pagate per 13 mensilità, ogni anno lo stato dovrebbe sborsare 24.774.750.000 euro. C’è qualcuno che, viste le difficoltà finanziarie per cifre ben inferiori, pensa ci possano essere quasi 25 miliardi di euro per i pensionati? No, non ci sarebbero: la proposta che acchiapperà un sacco di voti finirà in un “non me l’hanno lasciato fare”. Con buona pace di chi ha ancora il coraggio di credergli.

 21/11/2017   Vittorio Sacchi

3A – Il mio pensiero democratico

Un amico mi ha chiesto cosa intendessi io per pensiero democratico. Ha aperto la diga che tratteneva un fiume di pensieri e, quando le acque hanno smesso di correre veloci, mi ha chiesto di farne un racconto succinto su queste pagine. Mentre inizio a scriverne mi rendo conto che non è facile racchiudere in poche lettere la complessità di sentimenti e idee che ti hanno accompagnato per tutta la vita, ma ci proverò utilizzando un piccolo schema che si limita ai punti principali, a quelli cioè che ritengo i più importanti per il mio essere democratico.

 

Cosa intendo per democrazia. Da qui bisogna partire per comprendere tutto il resto. Per me democrazia significa due cose. Una è la regola dei numeri: la responsabilità di guidare una nazione, una città, un partito, ecc, spetta a chi viene eletto a maggioranza da chi ha titolo di esprimere il voto. Non ci sono distinguo da fare su questo concetto, perché al di là c’è solo la tirannia, il fascismo, la perdita delle libertà. Chi non è d’accordo sulla politica di chi ha vinto deve solo riconoscere i propri errori, se ci sono stati, e darsi da fare per convincere il prossimo delle sue ragioni per poter vincere la prossima volta. Fare come da decenni fa la sinistra italiana, cioè la diversificazione infinita aggrappata alla singolarità delle idee, non porta ad alcun risultato, ma assicura future sconfitte. L’altro significato della democrazia è per me il dover pensare e sostenere quanto è necessario al benessere del popolo, di quel popolo che rappresenta il 90% di una nazione. L’altro 10% è infatti costituito da chi detiene l’80% del benessere nazionale e non ha certo bisogno di essere aiutato a vivere. Ed è questo significato che da la stura ad una marea di pensieri. Ne indicherò solo i principali.

 

Regolamentare il lavoro perché restituisca dignità ai lavoratori. Non è possibile che maree di lavoratori vengano oggi costretti a lavorare a ritmi sempre più intensi con salari che li umiliano. Per cercare di tamponare alcune emergenze economiche sono state inventate forme di lavoro marginale o precario che non consentono a generazioni di giovani la benché minima programmazione di un futuro decente. Restituire dignità al lavoro significa fissare termini di riferimento per le retribuzioni tali che il denaro incassato a fronte del proprio lavoro permetta una vita decorosa alla famiglia di chi lavora. In questi ultimi anni abbiamo assistito al ricatto delle grandi organizzazioni (ma a seguire anche dei privati più piccoli) che hanno sfruttato la disponibilità di milioni di disoccupati per ridurre la dignità del lavoro degli occupati. Se prima il 20% della popolazione deteneva l’80% delle ricchezze, ora, come ho detto prima, la stessa quantità è detenuta dal solo 10%. Stiamo rapidamente tornando indietro nel tempo, quando, prima della metà dell’ottocento, la popolazione si divideva in due classi: i ricchi e quelli che venivano sfruttati a piacimento dai ricchi, che si costruivano palazzi e regge facendo lavorare i poveri distribuendo solo quanto bastava a miseri pasti. Ma oltre a queste considerazioni umanitarie, ci sono considerazioni più attinenti al funzionamento delle moderne nazioni ed alle regole che governano i mercati. I ricchi non portano benefici al mercato. Avete mai sentito parlare di un ricco che duplica o triplica i suoi elettrodomestici per poter rilanciare il lavoro delle aziende che li costruiscono? Il mercato e le offerte di lavoro si rialzano solo se la retribuzione del lavoro è dignitosa, tale da consentire ai lavoratori, che sono la stragrande maggioranza della popolazione, di procedere ad acquisti necessari alla conduzione dignitosa della propria esistenza. L’immediata conseguenza è visibile nell’aumento del PIL e nella diminuzione del debito pubblico (purché ci sia un governo consapevole). Quest’ultima osservazione dovrebbe essere compresa da tutti, sia dai ricchi che detengono il potere economico, sia dai politici che dovrebbero mettere in atto politiche di espansione. La dignità del lavoro era nelle corde sia dei cattolici che dei discendenti del mondo comunista. Perché non è invece al primo posto nei pensieri di chi governa i loro figli del partito democratico?  Quello che mi atterrisce è il fatto che nessun datore di lavoro si accorge che senza restituire dignità al lavoro anche la maggior parte delle aziende più ricche è destinata a fallire. Si ritornerà allora alla preponderante ricchezza del latifondo, torneremo cioè alla barbarie di qualche secolo fa, pur se contaminata da elementi di modernità. Sarebbe invece bene ricordare quanto è scritto all’art. 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese

 

Sostenere il sistema sanitario per fornire una assistenza decorosa. L’aumento delle aspettative di vita in Italia, e quindi l’aumento dell’età media di coloro che ricorrono al sistema sanitario pubblico, ha determinato un veloce e progressivo deterioramento della qualità del servizio sanitario, con notevoli disparità tra Nord e Sud ed infiltrazioni di tipo mafioso che tendono a sottrarre allo Stato le seppur poche disponibilità finanziarie. La malavita ha recentemente dimostrato di saper allignare velocemente anche all’interno di quegli uffici preposti alla normalizzazione ed uniformità degli appalti per le forniture pubbliche nel settore della sanità. Ma come si fa a rimanere indifferenti quando una persona gravemente ammalata si sente dire che per l’esame di laboratorio di cui ha bisogno dovrà attendere qualche mese? Come si fa a chiamare “civile” una società che consente questi obbrobri? Tra l’altro è un problema che va affrontato con la massima urgenza perché è destinato ad aggravarsi con il sopraggiungere sempre più abbondante di immigrati che si trasferiscono dai paesi più poveri del mondo in quelli che considerano i paesi più civilizzati e più ricchi. Possiamo dirgli che si rassegnino a morire perché tanto non riusciamo a curare nemmeno i nostri connazionali? Non possiamo, qualunque cosa ne dicano i nostri egregi campioni di egoismo che si radunano in nome della Lega (Nord, Sud, Nazionale, secondo le necessità del momento!) o dei nostalgici Fratelli d’Italia. In una democrazia compiuta tutto il popolo ha gli stessi diritti (e doveri) indipendentemente dal colore della pelle, dal paese di origine, dalla lingua. Ricordiamoci che l’art. 2 della Costituzione recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”   E dunque chiunque acquisisca la nazionalità italiana è tenuto a seguirne le leggi ma ha diritto anche alla solidarietà di tutti. E per tornare infine al funzionamento del sistema sanitario nazionale, trovo che i nostri governi non hanno fatto abbastanza per la programmazione e lo sviluppo del sistema. Sono necessari ulteriori sforzi e decisioni che risolvano i problemi nel minor tempo possibile.

 

Porre un freno all’aumento incontrollato delle diseguaglianze. Il problema delle diseguaglianze è già entrato in questo contesto, qualche riga più in alto, per dimostrare come non si può pensare ad un miglioramento economico del paese finché le disuguaglianze rimangono al livello attuale. Le disuguaglianze eccessive provocano la caduta dell’inflazione, che è il segno principale di una società in pieno sviluppo, perché tolgono potere d’acquisto alla gran massa della popolazione, generando una assenza di domanda che fa precipitare l’industria ed il commercio in pericolosa recessione. E pensare che l’art. 4 della Costituzione dice: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Io non so cosa sia più utile fare per diminuire le diseguaglianze, è un problema del quale non conosco soluzioni, ma sicuramente qualche esperto potrebbe consigliare il governo per un piano di lungo periodo che abbia lo scopo di riequilibrare decentemente lo squilibrio attuale. Non può accadere che in una società civile la classe media vada scomparendo perché pian piano affonda nella povertà. Non è possibile, ed è anche pericoloso perché nella storia degli ultimi 250 anni situazioni come questa generano rivoluzioni sanguinose. Non si capisce nemmeno perché chi è già ricco abbastanza perché ha avuto la fortuna o la bravura di condurre una vita sostenuta da un lavoro redditizio, debba poi, da vecchio, ricevere pensioni da nababbo. È già ricco, non ha bisogno di altra ricchezza. Quando gli si fornisce una pensione di massima (che so, per esempio di 5000 euro/mese) può anche accontentarsi. Lo so che molti si opporranno a questa pretesa molto “comunista”, ma lasciatemi sognare un mondo che non c’è, dove un ricco si toglie dalla bocca un pasticcino di troppo per far mangiare un po’ di pane nero al povero.

 

Riportare il debito pubblico a valori sostenibili. Questo è, per ora, l’ultimo argomento che voglio trattare in questo excursus sulla democrazia come vista da me. Sono anni ormai che tutte le nostre leggi finanziarie sono costrette ad aver le ali tarpate per il grande ammontare di interessi che siamo costretti a pagare per sostenere il debito pubblico nazionale. La stessa Europa mostra di essere preoccupata in proposito. Bisogna avere il coraggio di fare un rigido piano di rientro programmato del nostro debito entro valori accettabili. Ci vorranno decenni, ma un piano che venga rispettato deve pur essere introdotto nella nostra finanza. Non è possibile che ogni bambino che nasce in questo paese debba farsi carico fin dalla nascita di alcune decine di migliaia di euro del debito nazionale!  E sono necessarie leggi che puniscano duramente quegli amministratori che sperperano il denaro pubblico, che potrebbe essere meglio impiegato in esigenze sociali, per il solo scopo di raccogliere consensi con atti che si rivelano anche inutili (leggi i circa 60 milioni sprecati dal presidente della Lombardia per un censimento informatico di cui proprio non c’era bisogno). Speriamo che qualcuno ci faccia imboccare la strada giusta per diminuire gli sprechi ed abbassare gli interessi che ogni anno ci tarpano le ali!  

Buona fortuna a tutti!

 16/11/2017 Vittorio Sacchi  

2A - L’ignoranza sta salendo al potere

Nella trasmissione “Che tempo che fa” dell’ultimo week-end il giovane Di Maio si è espresso dicendo “Io quando incontro i miei alter ego degli altri paesi…” dimostrando che la sua lotta contro la lingua italiana dura ancora. Ma questo è solo uno degli ultimi episodi nei quali il giovane candidato premier del Movimento 5 Stelle ha dato prova di essere del tutto speciale in molte occasioni dove ha dato prova di profonda ignoranza.

In un articolo apparso sul Corriere della Sera di martedì 14 novembre, il giornalista Goffredo Buccini ha scritto:

 “…Perché, sì, è vero, l’altra sera davanti a Fabio Fazio, il giovane Di Maio s’è esibito in un nuovo sfondone, straparlando degli incontri all’estero con i propri «alter ego». Affermazione inquietante anche dal punto di vista psicanalitico, buttata lì con la consueta, ben pettinata leggerezza; alla faccia di Dostoevskij e del suo Sosia, di Stevenson e dei suoi Jekyll e Hyde, e insomma di un archetipo fondante, quel doppio che, sospeso tra bene e male, attraversa come un filo mitologia, letteratura, filosofia fino all’anima di ciascuno di noi; ma, purtroppo per Gigino, anche ad onta del liceo classico (!) frequentato a Pomigliano d’Arco e persino a dispetto della mamma che sappiamo, dai curricula del figliolo, onorata professoressa di latino.

Chi volesse però trovarci un oscuro e magari inconscio segno di ribellione alla madre (la cantonata come invettiva), si fermi lì. Perché le gaffe del candidato premier dei Cinque Stelle (in una corsa che peraltro non prevede candidati premier) non oltraggiano solo il latino: rigorosamente interdisciplinari, squarciano come una scatoletta di tonno qualsiasi roccaforte del sapere. Dunque, ecco Gigino l’Americano che alla Kennedy School s’impappina leggendo il discorso in inglese (e poi dicono di Alfano...). Ecco Gigino lo storico che colloca Pinochet in Venezuela. Gigino l’italianista che toppa tre congiuntivi di seguito in un tweet entrato nella leggenda il 13 gennaio 2017. Ma ecco, anche, il disinvolto propalatore di sciocchezze più imbarazzanti, come trasformare l’appena scomparso sociologo Luciano Gallino nello «psicologo Gallini» o azzardarsi a parlare della «lobby dei malati di cancro».

Tuttavia Di Maio non risulta essere il solo a scontrarsi con il sapere. Molti nostri politici già arrivati a ricoprire posti di potere non sono da meno, basta ascoltarli in qualche intervento televisivo per rendersene conto. E lo stesso Buccini nel suo articolo fa notare come, essendo più generalizzata l’ignoranza rispetto al sapere, questi comportamenti hanno alla fine l’effetto di avvicinare il candidato alla gente comune, quindi al voto. Poveri noi!

 15/11/2017 Vittorio Sacchi

1A – Il baratro a sinistra

Il problema non è solo di oggi. Nel corso dei miei lunghi anni questo scenario si è presentato più volte e sempre con lo stesso finale: l’assoluta incapacità di mettersi a governare questo nostro paese.

Mi riferisco alla inarrestabile tendenza alle divisioni, ai distinguo, ai moti d’orgoglio ed ai “No” che da sempre provocano rotture nello schieramento delle menti che operano a sinistra, oggi più che mai divise anche perché partono da posizioni di un centro-sinistra che, a ben vedere, in dieci anni della sua esistenza non si è mai realizzato pienamente perché non si è mai curato di sorvegliare la crescita di un amalgama delle idee che ne facesse crescere lo spessore culturale. Nelle discussioni di partito fin dall’inizio si sono subito evidenziati segnali che facevano riferimento ai vecchi schieramenti dei partiti di provenienza. L’ulivo da cui è nato il PD era stato una invenzione di Prodi che già si barcamenava tra sponde strette, ed era forse prevedibile che il figlio avrebbe corso seri pericoli. È bastato infatti che alla guida del PD si imponesse un personaggio con indiscutibile carisma e strafottenza per lanciare una stagione di distinguo e di defilamento da parte di molti “padri nobili” e di altrettanti “figli in carriera”.

Ma chi ci rimette siamo noi, chi ci rimette sono le parti più deboli della popolazione, chi ci rimette sono i nostri figli e nipoti che perdono il futuro, che vedono il loro cielo diventare sempre più scuro e le loro tasche sempre più vuote per l’azione di un debito pubblico che sta schizzando in alto, sempre più in alto.

I distinguo della sinistra stanno per consegnare il paese a due categorie di persone: gli egoisti e gli ignoranti, due categorie assolutamente inadeguate per guidare una nazione. I distinguo della sinistra stanno perdendo di vista i mali veri della nostra gente, la povertà, la corruzione, la malavita organizzata, la perdita della coesione sociale. I distinguo della sinistra ci stanno spingendo in un baratro dal quale sarà difficile uscirne fuori.

 15/11/2017  Vittorio Sacchi